Una vita strappata per colpa degli sguardi altrui.


Poteva essere nostro figlio, nostro fratello, nostro nipote, nostro amico o semplicemente un conoscente,Seid Visin, aveva solo 20 anni. Era nato in Etiopia ed era stato adottato in Italia da piccolo, a 7 anni da una famiglia di Nocera Inferiore, dove proprio l’altro giorno si è tolto la vita. Aveva giocato nelle giovanili di Inter e Milan e per un po’ era stato compagno di stanza di Gigio Donnarumma. Poi aveva lasciato il calcio professionistico per ragioni personali ed era tornato a Benevento, per stare più vicino alla famiglia.

Ragazzo umile, semplice, divideva la sua vita tra sport, famiglia e lavoro e come tutti i ragazzi della sua età amava giocare a calcio. Aveva solo 20 anni e aveva il sacrosanto diritto di viversi la vita con serenità, gioia e divertimento, invece no doveva portarsi dietro un peso che per la sua età era troppo grande, la paura per il colore della sua pelle. La sofferenza per non sentirsi accettato, ma discriminato. A lungo andare il peso lo ha lacerato ed ha avuto la meglio su di lui, qualcosa si è rotto, troppi pensieri affollavano la sua mente, e la sua vita è diventata insignificante, al punto di spingerlo a togliersi la vita.

Ha lasciato una lettera, queste parole sono una parte di essa: "Io non sono un immigrato. Sono stato adottato quando ero piccolo. Prima di questo grande flusso migratorio ricordo con un po’ di arroganza che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità. Adesso, invece, questa atmosfera di pace idilliaca sembra così lontana; sembra che misticamente si sia capovolto tutto, sembra ai miei occhi piombato l’inverno con estrema irruenza e veemenza, senza preavviso, durante una giornata serena di primavera.

Adesso, ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone. Qualche mese fa ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro."

Non è giusto che un ragazzo debba sentirsi discriminato per il colore della sua pelle, della sua nazionalità, del suo accento. Nella lettera vediamo che Seid si giustifica dicendo 'Io non sono un immigrato. ' e aggiunge 'sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone. ' Non è giusto che un ragazzo debba giustificare una cosa del genere, è prima di tutto una PERSONA che va rispettata; non deve aver paura di andare a lavoro perchè la gente lo guarderebbe con occhi cattivi e disgustati, lui guadagnava onestamente e dignitosamente, non ha rubato niente a nessuno eppure si sentiva questa colpa addosso.

Il suo duro gesto dovrebbe insegnarci a non giudicare, ad amare tutti, perchè siamo tutti bravi adesso a scrivere belle parole, ma quest'ultime dovrebbero essere seguite da fatti concreti.

Insegniamo il rispetto come valore della vita, l'amore verso tutti, per una società migliore, per far si che nessuno si senta colpevole di una colpa che in realtà non è sua ma di chi lo disprezza.

Tutti noi ci uniamo al dolore immenso della famiglia, per la perdita avventa troppo presto, di un figlio che non aveva colpe e che a causa di alcuni si sentiva sbagliato.

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