SENDEROS: LA NUOVA VITA (CALCISTICA)

La nuova vita di Senderos: "Al Milan grazie a Flamini, potevo andare al Parma"


Una delle prime cose che ti dice è questa: “Adesso sono un direttore sportivo, ma non ho alcuna intenzione di inventare qualcosa che non sia mai stato fatto. Voglio solo fare questa professione al meglio”. Chapeau. Anzi, cappello. Anzi, hat. Che lingua parli, Philippe? “Quella che preferisci”. È svizzero, Senderos, ma ha vissuto una vita (calcistica) in Inghilterra. “Conoscevo già l’italiano prima di andare al Milan”. Leggera flessione francese, ma nemmeno un congiuntivo sbagliato. Ha studiato, continua a farlo.


La nuova carriera di Senderos

“In Francia dicono che non si reinventa la ruota, è proprio quello che penso io: al Servette, dove lavoro adesso, voglio fare in modo che i miei giocatori si sentano parte del gruppo, che condividano il progetto. È chiaro che i risultati contano, e che si dovranno vedere i frutti di un determinato lavoro, ma si parte da lì. Per un giocatore, ogni trasferimento corrisponde a un passaggio nella vita: si cambia città, campo, a volte nazione, persino regola alimentare”. Lui questo lo sa bene.


Con gli svizzeri, Senderos è ripartito da dove aveva cominciato da calciatore, prima che nel 2003 un certo Arsène Wenger non decidesse di prenderlo per il suo Arsenal. “Mi ha dato l’opportunità della vita, portandomi a diciassette anni in Premier. Il mio sogno”, ci racconta in esclusiva. Senderos era uno difensore di quelli solidi: alto, strutturato. Perfetto per il campionato inglese.


“Se vivo ancora così, se la mia famiglia vive così, il merito va a Wenger. Ed è una cosa che resta per sempre”. E sì che di allenatori importanti ne ha avuti tanti. C’è anche un certo Carletto Ancelotti.


“Fu lui a farmi venire al Milan”. Era il 2008, verso la fine del calciomercato estivo. Senderos era all’Arsenal da cinque anni, “Ma mi avevano detto che non avrei avuto molto spazio. Era appena arrivato Silvestre (qui la nostra intervista), dovevo guardarmi altrove. Il 25 di agosto, avevo ricevuto una chiamata dal mio amico Flamini: era da poche settimane al Milan, mi aveva detto che cercavano un difensore e mi aveva chiesto se avevo voglia di andare. Era a cena con i dirigenti”. Un centrocampista che si inventa ds. Così.

“Non potevo dire di no, ero entusiasta. Ho subito chiamato Wenger, che mi ha liberato. Due giorni dopo ho firmato”. Trasferimento in prestito, viziato da una lussazione al dito del piede che ne ha fatto tardare l’esordio fino a novembre: partita di Coppa Uefa contro i portoghesi del Braga. Un solo anno, senza giocare troppo: “Ma non importa. Avete presente quando dico di sentirsi parte del gruppo? Ecco: ero appena arrivato, ma il giorno dopo a Milanello erano tutti tristi perché Oddo e Brocchi stavano per trasferirsi al Bayern e alla Lazio. Erano in lacrime loro e i miei futuri compagni, con cui avevano vissuto momenti indimenticabili. Mi aveva fatto capire quanto fossi privilegiato e ne ho avuto la conferma settimana dopo settimana: non ho mai visto da nessun’altra parte la cultura del lavoro che c’era a Milanello”.


In Serie A è stato di passaggio. Non se ne rammarica, perché ha vissuto la Premier da protagonista. “Tornare in Italia però mi sarebbe piaciuto. Nel 2013 potevo venire al Parma, è stata forse la trattativa più strana della mia carriera. Ero al Fulham, e la società aveva deciso di cedermi, anche se io stesso non ero così convinto. Avevo preso il volo, ero stato a Collecchio, avevo mangiato nel centro di allenamento e dopo aver parlato con i dirigenti (era il Parma di Ghirardi e Leonardi che con Donadoni sarebbe arrivato sesto, ndr) avevo anche firmato un precontratto. Nel viaggio verso l’aeroporto, sul taxi avevo ricevuto una chiamata del mio agente che mi diceva: ‘The deal is off’”. Non se ne fa nulla. “Ero rimasto stupito, ma in realtà Parma e Fulham non si erano messi d’accordo e me ne sono tornato a Londra”, dove è rimasto per sei mesi prima di andare in prestito al Valencia.

Senderos e l'amicizia di sempre

Tanti compagni conosciuti, ma su tutti ce n’è uno che considera un fratello. “È Ziegler. Abbiamo cominciato nel Servette insieme, e pure in Nazionale siamo sempre stati addirittura in camera insieme. Quando ero all’Arsenal, ci siamo sfidati nel derby di Londra con il Tottenham; quando sono andato agli Houston Dynamo negli Usa lui era a Dallas, abbiamo pure fatto il derby in Texas”.


Ora è al Lugano e gioca ancora. Philippe, invece, ha già cambiato. “Ho finito da un anno e mezzo, ma continuo a studiare. Qui in Svizzera si fa un calciomercato diverso: si spendono molti soldi per formare i giocatori giovani, che risultano quindi più cari rispetto ad altri di pari età. Guardo tante partite, coordino il mio lavoro con lo staff, gli scout e gli allenatori".


"Sto cercando di fare in modo che il Servette abbia un network molto strutturato, provando a valorizzare la nostra Academy. Dopo aver ottenuto il diploma da ds in Spagna, ora sto cercando di ottenerne uno con la Fifa in Club management. Non ho tutte le verità, bisogna continuare a documentarsi”. La ruota non si inventa di nuovo, bisogna farla girare. Chi gira più veloce, vince.




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